Gli Antifascisti giurano di combattere i militanti filo-mussoliniani

Gli Antifascisti giurano di combattere i militanti filo-mussoliniani

Articolo originale scritto da Patrick Strickland, in lingua inglese, presente sul sito di Al Jazeera raggiungibile cliccando sul seguente link (traduzione italiana a cura di Jessica Todaro, Staff Laboratorio Civico X).

Anti-fascists vow to fight Mussolini-loving ‘militants’ 

Ostia, Italia. L’attivista Diego Gianella dice di essere stato attaccato dai fascisti sei volte. In un giorno invernale di inizio gennaio, il ventisettenne si sottrae al forte vento del litorale rifugiandosi in un bar malmesso fuori la stazione dei treni di Ostia, la periferia costiera e povera di Roma dove vive.

Togliendosi il giacchetto, ordina rapidamente un caffè e rimane al bancone. Un uomo carismatico con la barba a chiazze, Gianella parla con entusiasmo, nonostante scorra una lista di violenze che attribuisce a CasaPound. L’autoproclamato partito fascista ha invaso le elezioni municipali di novembre ottenendo il 9%, sperando così di avanzare anche nelle elezioni nazionali di marzo.

I militanti del partito dei “fascisti del terzo millennio” hanno squarciato gli pneumatici della macchina di Gianella ben cinque volte, sfondato i finestrini della macchina quattro volte e imbrattato di graffiti la sua macchina e il muro davanti casa. CasaPound nega queste accuse, ma Gianella è solo uno degli attivisti antifascisti e critici locali che hanno attribuito violenze al gruppo.

Scuote la testa nel ricordare una delle aggressioni più clamorose, avvenuta a febbraio. Quel giorno Gianella era “in ritardo come al solito” mentre si affrettava a un incontro in Municipio, quando ha intravisto dei militanti di CasaPound vicino l’ingresso.

Essendo noto a Ostia per il suo antifascismo dichiarato, opta per entrare dall’ingresso posteriore, piuttosto che rischiare il confronto. Non passa però inosservato. Quando una guardia giurata gli dice che può usare solo l’ingresso principale, decide di andare a casa.

Ma ormai è troppo tardi: un gruppo di cinque militanti di CasaPound lo stava aspettando alla sua macchina. Riconoscendo tra di loro un suo ex-compagno di scuola, Gianella chiede cosa stiano facendo lì. “Poi mi hanno colpito e sono caduto” racconta.

Nei secondi successivi all’aver toccato l’asfalto, una scarica di calci e pugni colpiscono Gianella ai fianchi, mentre lui solleva le braccia per proteggersi la testa. Gli assalitori lo lasciano a terra con il labbro spaccato, la bocca piena di sangue e tre costole rotte. “Ora vallo a raccontare alla polizia”, gli dicono denigrandolo.

Nato nel 2003 come movimento politico, quando degli estremisti di destra hanno occupato un edificio municipale inutilizzato nel centro di Roma, il nome di CasaPound è un elogio al poeta statunitense Ezra Pound, che supportava il dittatore fascista italiano Benito Mussolini.

Una forma controllata di Neofascismo

Questo novembre CasaPound ha ottenuto circa 6000 voti nelle elezioni municipali di Ostia, con un incremento del 600% rispetto ai voti degli scorsi anni. Nonostante ci sia da considerare forte dato dell’astensionismo, dove solo il 36% dei cittadini del Municipio X è andato a votare.

Questo nuovo successo del partito a Ostia è arrivato subito dopo aver ottenuto l’8% dei voti alle elezioni di giugno a Lucca e aver recentemente piazzato dei consiglieri municipali nella città di Bolzano, a nord. Con Luca Marsella, un fascista di CasaPound accusato di minacce violente e ora consigliere municipale a Ostia, le elezioni hanno spaventato opponenti politici e analisti, preoccupati dal ritorno del fascismo in un paese che ha sofferto 21 anni sotto la dittatura di Mussolini.

Guido Caldiron, un giornalista romano e autore di “Estrema Destra”, un libro che esamina la crescita delle destre estreme in Europa e altrove, afferma che i risultati elettorali di Ostia sono “molto importanti, perché Roma è centro nevralgico di CasaPound. Per loro è una vittoria importante.”

Descrivendo Casapound come “un’entità militarizzata” i cui sostenitori portano avanti attacchi, mentre il partito nega qualunque coinvolgimento con gli spargimenti di sangue, Caldiron racconta ad Al Jazeera: “Anche quando sono coinvolti nella violenza, cercano sempre di nasconderla.”

Gli sforzi di proteggere il suo simbolo e di presentare al pubblico una facciata rispettabile, afferma Caldiron, contraddistinguono CasaPound dagli altri gruppi di estrema destra, che celebrano apertamente la violenza contro gli antifascisti e i migranti. “Hanno membri che sono criminali legittimati, e devono controllare questo fatto – è una forma controllata di neofascismo” spiega.

“Puoi essere violento, ma devi accettare certe regole e celare la tua violenza. È tutto parte di un pacchetto ideato per mantenere la facciata di rispettabilità.”

Attacchi letali e pericolosi

Sebbene neghino regolarmente le violenze, i membri di CasaPound hanno un lungo storico di attacchi. Nel dicembre 2011 un cinquantenne sostenitore di CasaPound ha sparato e ucciso a Firenze a due venditori senegalesi e ne ha feriti altri tre, per poi puntare a sé la pistola e suicidarsi.

Nello stesso anno, l’attivista di CasaPound Alberto Palladino è stato condannato a due anni di reclusione per un attacco che ha visto poi ricoverati cinque attivisti del Partito Democratico di centro-sinistra. Il partito dichiara ingiusta la condanna.

casapound arresti

Più recentemente, mentre gli ostiensi si preparavano agli scrutini di novembre, il criminale Roberto Spada ha colpito con una testata il giornalista Daniele Piervincenzi, che gli aveva chiesto del suo supporto a CasaPound, che Spada aveva precedentemente dichiarato di supportare per le elezioni in un post su Facebook. E che oggi, insieme ad altri 31 membri della sua famiglia, è stato di nuovo arrestato nell’operazione “Eclissi”, che ha decapitato il centro di potere della famiglia Spada.

L’incidente è stato ripreso e in seguito ha causato uno scandalo nazionale. Successivamente, CasaPound ha provato a prendere le distanze dal Clan Spada, una rete mafiosa attiva sul territorio.

Se non ci fossero antifascisti, non ci sarebbe violenza

In una fredda mattina di gennaio, un autoproclamato militante apre la porta della sede di CasaPound al centro di Roma. Una volta dentro ci indica i muri del corridoio, vivacemente ricoperti dai nomi degli eroi del partito. Vengono onorati Mussolini e il filosofo Friedrich Nietzsche, il cui lavoro fu osannato dai fascisti italiani e tedeschi.

Meno comprensibile è la presenza di nomi come quello di Shah Massoud, leader afghano che ha combattuto i sovietici e i talebani, e Jack Kerouac, il romanziere statunitense e pioniere della Beat Generation.

Simone Di Stefano, candidato di Casapound alle elezioni nazionali di marzo, insiste sull’importanza del risultato alle elezioni di Ostia, trattandosi di un territorio abbandonato dallo Stato e ingiustamente definito “città della mafia”.

Avvolto in un pesante cappotto nero, Di Stefano si passa le mani tra i capelli corti e brizzolati. Siede in una stanza per conferenze. I muri sono tappezzati da propaganda di partito che annuncia conferenze e celebra visite di partiti di estrema destra da tutta Europa.

Uno dei poster annuncia un incontro del 2014 tra CasaPound ed esponenti di Alba Dorata, il violento partito neofascista della vicina Grecia. Su un muro adiacente, un poster incorniciato mostra il volto di Julius Evola, il filosofo italiano che ha ispirato il fascismo.

Dalla sua costituzione 14 anni fa, CasaPound ha aperto 106 sedi in tutto il Paese e conta circa 20.000 membri tesserati. Negli ultimi anni, CasaPound ha ampliato la sua base prendendo di mira rifugiati e migranti di ogni tipo, capitalizzando l’euroscetticismo e occupando immobili per protestare contro la crisi abitativa italiana.

Mentre attivisti di sinistra e anarchici hanno sempre occupato stabili per persone sfrattate, nonché portato avanti progetti sociali come la distribuzione di cibo ai poveri, CasaPound ha cooptato questo comportamento con una fondamentale differenza: solo agli italiani. Di Stefano non nega che i suoi militanti partecipino in scontri fisici.

“Se non ci fossero antifascisti, non ci sarebbe violenza” afferma. Parla di un incidente del gennaio 2017, quando un poliziotto è rimasto ferito mentre cercava di disinnescare un ordigno esplosivo piazzato fuori una libreria del partito a Firenze.

Riguardo Gianella, l’antifascista che ha denunciato vari attacchi, afferma si tratti di bugie, e che CasaPound ha querelato l’attivista per le suddette accuse. Di Stefano incolpa i media e gli antifascisti della violenza, additandoli come agenti del “globalismo”, un termine che implica un tono antisemita. “Non c’è evidenza fattuale degli attacchi fisici di CasaPound” dichiara, contro però tutte le prove evidenti che sostengono il contrario.

Un prete e un adolescente continuano la lotta

Tornando a Ostia, leader locali e residenti rifiutano le pretese di innocenza di CasaPound. Vedendo attorno a lui la crescita del partito neofascista, Franco De Donno, un prete che vive nella periferia dal 1981, ha deciso lo scorso autunno di candidarsi nelle elezioni municipali.

In nemmeno 6 mesi di tempo, insieme alla sua lista civica “Laboratorio Civico X”, è riuscito ad ottenere un risultato impressionante, diventando quarta forza politica del territorio con circa 6000 voti. Attualmente consigliere municipale, siede al tavolo del Municipio insieme a Marsella, rappresentante del partito neofascista di Casapound.

Franco, spiegando di essere nato il 2 giugno, giorno in cui l’Italia è diventata una Repubblica, afferma: “Essere democratico e antifascista è nel mio DNA.” Sedendo a un bar della piazza principale di Ostia, De Donno racconta che una volta, dopo aver terminato un sermone, ha trovato fuori dalla chiesa un gruppo di militanti di CasaPound con uno striscione che lo accusava di essere un traditore per il suo aperto supporto ai migranti e ai rifugiati.

Il prete ha aiutato a creare una rete di solidarietà composta da attivisti e da membri della comunità dei fedeli con una simile attitudine, che al contrario delle false dicerie messe in giro da Casapound, aiuta tutte le persone in difficoltà del territorio, non badando alla nazionalità, colore della pelle o estrazione sociale.

ostia mafia

“Se questa mentalità di esclusione [dei migranti e altri] continua, non ci saranno né pace, né sviluppo” afferma, “ma il nemico più difficile che bisogna sconfiggere è l’indifferenza [al fascismo]”.

Carlo*, un sedicenne di Ostia, fuma una sigaretta e beve un caffè al bar. I giovani, dice, dovrebbero essere coinvolti nell’antifascismo sin dall’inizio. Lui è stato attaccato dai militanti di CasaPound due volte.

Nell’estate del 2017, un membro di CasaPound, un uomo adulto, gli ha chiesto se fosse presente alle dimostrazioni antifasciste davanti la sede del partito. “Cosa?” ha risposto, sorpreso dalla domanda. Poi un pugno lo ha colpito a un occhio. “Ma che c***o? Non ho fatto niente!” ha detto Carlo.

Ha deciso di non sporgere denuncia, non fidandosi del dipartimento di polizia. “Poi altre persone hanno iniziato a minacciarmi” spiega. “Mi hanno detto, ‘ti spareremo!’”.

Da quel giorno, quando i sostenitori di CasaPound lo incontrano per strada, gli urlano insulti e minacce. “Mi hanno chiamato ‘hippie di m**a e f*cio comunista’”.

Qualche mese dopo, quando Carlo e la sua ragazza erano a un pub, sette militanti di CasaPound, tutti adulti, lo hanno chiamato al loro tavolo. “Che ne pensi del fascismo?” gli ha chiesto uno degli uomini. Temendo un altro attacco, ha risposto semplicemente: “È una parte importante della storia del nostro Paese.”

Ricorda: “Volevo dire ‘il fascismo è una m***a’, ma non potevo.” Dopo un breve scambio, l’uomo ha afferrato Carlo per il colletto, tirandolo a sé e minacciandolo. Quando Carlo si è liberato, un pugno gli ha mancato di poco il volto. Uno degli uomini ha urlato a lui e alla sua ragazza: “Ti meriti di avere caz*i in faccia.”

Temendo ulteriori violenze, Carlo ha cambiato la sua routine quotidiana, evitando di passare vicino la sede di Casapound e di entrare in locali dove potrebbe incontrare i militanti. Ma insiste che continuerà a protestare.

“Non ho paura. Tutti temono di essere picchiati, ma posso sopportarlo, perché credo nella causa antifascista e ho i miei ideali” afferma. “Resterò in prima linea perché devo.”

*Al Jazeera ha usato uno pseudonimo per proteggere l’identità di Carlo, trattandosi di un minore.

Traduzione di Jessica Todaro, Laboratorio Civico X

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